Coronavirus: Emanuele “assurdo avere escluso gli artisti dagli indennizzi”

Il mondo della cultura sta uscendo a pezzi dalla Pandemia. Cosa si sarebbe dovuto fare secondo il Presidente della Fondazione Terzo Pilastro internazionale

di Guido Talarico

Il Professor Emmanuele Emanuele è il presidente della Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e presidente onorario di Fondazione Roma, enti da decadi impegnati in Italia e all’estero in attività benefiche e di mecenatismo. Lo abbiamo intervistato per fare con lui il punto su due settori, cultura e terzo settore, forse tra i più colpiti dagli effetti della pandemia da Covid 19 e certamente tra quelli meno interessati dalle misure pubbliche di aiuto e sostegno.

Il mondo della cultura risulta essere tra i più colpiti dal Coronavirus: quasi tutte le attività sono state bloccate, in alcuni casi senza un’apparente ragione logica. Perché un settore vitale per il nostro Paese è stato così trascurato? Cosa si poteva fare che non è stato fatto?

  1. Io direi assolutamente il più colpito, in maniera irrazionale, incomprensibile, antieconomica e antisociale. Avere precluso, in un momento così tragico per la vita della collettività, l’accesso alla bellezza, a tutto ciò che la cultura ha rappresentato nel tempo, come strumento di crescita sociale, di coesione, di annullamento delle distanze tra le classi è, a mio modo di vedere, a causa dei provvedimenti che si sono susseguiti e che amaramente continuano a susseguirsi, il vero errore che connota questa stagione drammatica. Io sono vicino a tutti coloro i quali, a vario titolo, svolgono un’attività lavorativa (i ristoratori, gli albergatori, i parrucchieri, i negozianti, i proprietari di centri sportivi e via dicendo), ma mi è incomprensibile che siano state inibite le frequentazioni di luoghi in cui erano stati adottati, come nel caso degli spazi espositivi da me gestiti, provvedimenti talmente garantisti che avrebbero reso impossibile il contagio. Li elenco: l’accesso di sole quattro persone a volta per visitare la mostra, previo rilevamento della temperatura corporea e igienizzazione delle mani e previa presentazione di un’autocertificazione che escludesse l’affezione da Covid, oltre ad una sanificazione costante, anche tre volte al giorno, degli ambienti. Credo che questo tipo di garantismo sanitario non sia minimamente comparabile con tutte le molteplici altre iniziative di contenimento a cui la società, in tutte le sue diverse articolazioni (ristoranti, palestre, centri estetici, ecc.), è stata soggetta in questa stagione. L’avere chiuso, tra l’altro, gli spazi espositivi pubblici e privati, oltre che costituire un danno sul piano economico per gli uni e per gli altri, ha inibito quel minimo flusso turistico che rappresenta l’unica possibilità in un Paese come il nostro di avere risorse economiche atte a fronteggiare la nostra grande crisi, che ormai si evidenzia nella grave situazione economica in cui il Paese versa.

Gli artisti, e tra questi in particolar modo i poeti e professionisti delle “belle arti”, sono stati di fatto esclusi da qualsiasi aiuto di Stato. Quali sono secondo Lei le ragioni di questo discrimine?

  1. La motivazione rimane incomprensibile e, per le cose che ho detto prima, assolutamente inaccettabile. Avere escluso gli artisti dal benché minimo contributo o indennizzo delle perdite registrate nel corso dell’anno 2020 è veramente assurdo. Il mondo dell’arte, in tutte le sue sfaccettature – parlo dell’arte visiva, ma anche della poesia, del teatro, della danza – costituisce la grande risorsa del nostro Paese, che oggi più che mai ha soltanto questo strumento per fronteggiare il declino in cui ormai versa in maniera irreversibile. Non abbiamo più un’attività industriale: le grandi industrie statali, che avevano fatto sì che il nostro Paese fosse la quinta Nazione industrializzata del mondo, sono state smantellate; quelle private più rilevanti si sono trasferite all’estero. Il sistema bancario non ha più una banca italiana: la quasi totalità delle banche un tempo italiane sono oggi straniere (BNL ne è un esempio). Non abbiamo più un’attività commerciale, perché a causa all’avvento di colossi come Amazon e di sistemi che hanno ormai trasformato il commercio in maniera radicale, le nostre attività – anche, in maniera prospettica, nel campo dell’arte: parlo degli antiquari, dei galleristi e simili – sono venute praticamente a cessare. L’agricoltura langue, le esportazioni stentano, e noi non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, piaccia o non piaccia all’Europa, con cui dobbiamo convivere, possiede delle città d’arte che, da Venezia a Palermo in un susseguirsi ininterrotto, sono dei veri e propri musei a cielo aperto, che il resto d’Europa non ha. Anche altri Paesi sicuramente hanno grande vocazione artistica (penso alla Spagna, alla Francia), ma la quantità di città, cittadine, paesi e borghi d’arte come ve ne è in Italia non esiste altrove nel mondo. Ed è a seguito di questa indiscutibile situazione che da anni sostengo che il Ministero dei Beni culturali (oggi MIC) dovrebbe essere assorbito dal Ministero dello Sviluppo Economico, perché in questo modo avrebbe la possibilità di fruire di finanziamenti che attualmente non ha, e a sua volta il Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe, per quanto detto sopra, ragione di esistere, dal momento che le attività economiche nel nostro Paese non mi pare che siano di alta rilevanza. E allora, la domanda ha la sua risposta: che cosa si doveva fare? Io dico: esattamente il contrario di ciò che è stato fatto dal primo Governo nel tempo della pandemia e che è stato perpetuato anche dal secondo, quello attuale, il quale non ha cambiato molto rispetto al primo. Basti pensare ai diktat anticostituzionali contro la inviolabilità della libertà personale (art. 13 della Costituzione), la libertà di circolazione (art. 16), la libertà di riunione (art. 17), il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento della scienza e dell’arte (artt. 33 e 34).

Cosa può fare ora il Governo per dare un sostegno al sistema dell’arte? E parte del Recovery Plan potrà essere destinato a questo comparto?

  1. Il Governo, così come si è occupato di restituire le minusvalenze dell’attività della ristorazione e di altre similari, ha corrisposto invero anche agli spazi espositivi le minusvalenze dei periodi di chiusura da marzo 2020 ad aprile 2021, con un aggravio del disavanzo di bilancio dello Stato di circa 215 miliardi di euro a fine 2020 (e previsione di ulteriore scostamento di altri 32 miliardi per l’inizio 2021, destinato ad aumentare ancora), ma queste misure di sostegno rappresentano naturalmente una goccia nel mare per le attività enumerate. Nel nostro caso, la mostra di Manolo Valdés, che aveva conseguito un successo eccezionale alla sua apertura, trattandosi di un artista tra i più significativi del nostro tempo (egli ha coniugato il passato con il presente in una visione universale che coincide perfettamente con la mia visione dell’arte, la quale – a mio modo di vedere – non ha tempo, ma deve consentire il fluire dei sentimenti, del cuore e della mente indipendentemente dalle stagioni in cui viene realizzata), ha subito un danno imponente, perché la prolungata chiusura, a fronte dell’impegno economico rilevante da noi profuso, ha causato un passivo di notevole entità, nonché danni sensibili ai lavoratori in tale attività a vario titolo impegnati. Per ciò che riguarda poi il Recovery Plan, la risposta è: assolutamente sì. Penso che, quando i fondi verranno acquisiti – ricordandoci però sempre che questa quantità di denaro che l’Europa eroga non ci viene regalata, perché sui 191,5 miliardi previsti soltanto una piccola porzione non dovrà essere restituita – , e la restante parte, gravata da interessi passivi, verrà distribuita nei comparti per cui il Recovery è previsto (salute e ricerca, scuola, digitale, burocrazia, giustizia, agricoltura green, trasporti, inclusione e coesione), poiché anche l’arte, unico vero asset di cui disponiamo, avrebbe dovuto essere beneficiaria di parte di questi fondi, mi auguro che nella versione finale di questo piano, dopo l’esame della Commissione Europea, lo si possa proporre. E la domanda che mi pongo è la seguente: poiché da decenni lottiamo contro l’inefficienza burocratica e la lentezza della giustizia, chi è che può garantire che questi problemi potranno essere risolti (a pagamento) nei prossimi due o tre anni previsti dal prospetto che dovrebbe essere approvato da Commissione e Consiglio Europei? Accumuleremo altri debiti che, nel rapporto con il PIL che non decolla e difficilmente decollerà, con queste passività ci potrebbero definitivamente mettere in situazioni difficilmente sanabili. Il Recovery Plan è un altro strumento di subordinazione al progetto Europa a cui avremmo dovuto aderire in modo ben diverso, come parimenti dico da decenni. Prima avremmo dovuto uniformare il sistema legislativo e fiscale, e creare un Parlamento che ne fosse il vero garante, e solo dopo procedere con le operazioni di finanza (di cui il Recovery è l’ultimo). Invece ci siamo assoggettati ai diktat delle economie nord-europee, con il risultato che oggi Spagna, Grecia e Italia sono in una situazione economica molto difficile. Mi chiedo come si possa plaudire al Recovery, visto che ci indebiterà ulteriormente per realizzare quegli interventi macroscopici che in tutti questi anni non siamo riusciti a fare (riforma del sistema giudiziario, sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione, e così via).

Che impatto ha avuto il Covid 19 sulle Fondazioni che presiede?

  1. Obiettivamente ha fatto spostare in maniera rilevante l’impegno della nostra attività plurima – che, com’è noto e statutariamente dimostrabile, si sostanzia nell’aiuto alle categorie sociali deboli e nel sostegno alla cultura, all’istruzione e alla sanità – facendo sì che la nostra attenzione si focalizzasse preminentemente sul campo della salute e dell’aiuto ai meno fortunati. In quest’ultimo ambito abbiamo erogato a Roma, attraverso la Fondazione Roma, un milione di euro per quanto riguarda l’aiuto a coloro i quali non hanno come sfamarsi, sotto forma di buoni-pasto, così come fatto anche nel Meridione d’Italia per un importo similare. Poi, vi è la preminenza dell’attività svolta in campo sanitario attraverso le collaborazioni con l’Ospedale Spallanzani, al quale abbiamo dato cinquecentomila euro per la realizzazione di una nuova struttura dedicata a sviluppare modelli di colture cellulari 3D da utilizzare per studiare le interazioni del SARS-CoV2 con diversi tipi cellulari e tessuti (ad esempio del polmone), allo scopo di comprendere i meccanismi patogenetici e di identificare potenziali bersagli terapeutici, nonché con l’Università di Tor Vergata per la ricerca sulla proteina lattoferrina e per la ricerca di una terapia anti-Covid a base di anticorpi monoclonali, oltre al potenziamento del CEMAD (il Centro per le patologie dell’apparato digerente dell’Ospedale Gemelli, che grazie al nostro sostegno è diventato la terza eccellenza al mondo in questo settore), che sono state tutte realtà alle quali abbiamo prioritariamente e doverosamente dato risposte.

Cosa farete nel secondo semestre del 2021?

  1. Nel secondo semestre del 2021, nonostante i vaticini e le speranze, a mio parere purtroppo non cambierà la situazione attuale, perché, che vengano o meno somministrati i vaccini, con la pericolosità che spesso ne deriva come i fatti hanno dimostrato, non è dato di sapere quali sono le norme contrattuali che regolano i rapporti tra gli Stati e le case farmaceutiche, le quali possono permettersi il lusso di inviare ad libitum le dosi previste (altro “miracolo” di questa Europa di cui tanto si parla, i cui accordi non sono resi noti neppure agli Stati facenti parte dell’Europa stessa), per cui, se improvvisamente un’impresa produttrice di vaccini decide di non fornirli, le Nazioni che dovrebbero riceverli non possono fare nulla. Ciò detto, al di là del fatto che personalmente ho seri dubbi sul fatto che tali vaccini impediscano il ri-contagio, come si sta già verificando in Gran Bretagna, e che quindi lo Stato dovrà prevedere rapidamente una prosecuzione della campagna vaccinale per mesi e forse per anni, noi perseguiremo le attività che al momento sono maggiormente urgenti rispetto a quelle complessive: quindi l’aiuto alle categorie sociali deboli, con l’erogazione di buoni-spesa ai meno fortunati e bisognosi, e interventi nel campo sanitario al fine di prevenire – per quanto possibile – il dilagare della pandemia, piuttosto che occuparsene tardivamente visto che ospedali e strutture sanitarie sono al collasso. Infine, visto che, come ho detto in apertura, considero l’attività culturale lenitiva delle sofferenze psicologiche (non meno importanti di quelle fisiche) e attrattiva nei confronti del turismo che latita, continuerò – se il Governo lo consentirà, evitando di imporci nuove immotivate chiusure – con le offerte artistico-culturali: abbiamo infatti in mente di realizzare tre grandi mostre contemporanee, una a Roma il prossimo settembre e altre due rispettivamente nel territorio di Avezzano e a Bologna già questa primavera.

Che messaggio si sente di dare a tutto quel mondo artistico che le vostre Fondazioni sostengono?

  1. Sicuramente quello di fare valere, lavorando con crescente intensità, il peso fondamentale che questo comparto ha per l’economia del nostro Paese.

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