La tregua tra Usa e Iran vacilla: Hormuz torna al centro dello scontro, Trump alza i toni e saltano i negoziati
L’illusione di una distensione tra Stati Uniti e Iran è durata appena poche ore. Dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, il confronto tra Washington e Teheran è tornato immediatamente a irrigidirsi, riportando la crisi su un livello di massima tensione.
A pesare è stata soprattutto la decisione di Donald Trump di mantenere il blocco dei porti iraniani, considerato da Teheran una linea rossa invalicabile. La risposta è arrivata nel giro di poche ore, con un nuovo irrigidimento sul passaggio strategico e una chiusura netta sul fronte diplomatico.
Salta il negoziato: Teheran si sfila dai colloqui
Il tentativo di riaprire il dialogo si è infranto rapidamente. Secondo i media iraniani, Teheran ha deciso di non partecipare a un secondo round di negoziati con gli Stati Uniti, previsto a Islamabad. Alla base della scelta ci sarebbero le richieste americane giudicate eccessive, unite ai continui cambiamenti di posizione da parte di Washington e al mantenimento del blocco navale.
Fonti vicine ai Pasdaran hanno chiarito che, finché resteranno in vigore queste condizioni, non ci saranno margini per alcuna trattativa. Il ruolo di mediazione del Pakistan, almeno per ora, non sembra sufficiente a ricucire lo strappo.
Trump alza il tono: «Accordo o distruggeremo tutto»
Sul fronte americano, la linea resta durissima. Trump ha rilanciato con un ultimatum esplicito, affermando che se l’Iran non accetterà l’accordo «distruggeremo ogni centrale elettrica e ogni ponte». Una dichiarazione che segna un ulteriore salto di tensione e lascia aperta la possibilità di un’escalation militare.
Il presidente ha anche ribadito che la pace arriverà «in un modo o nell’altro», un’espressione che conferma la volontà di non arretrare e di mantenere la pressione su Teheran.
Libano e Israele: tregua fragile e nuovi scontri
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte mediorientale. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano appare sempre più instabile, con continui episodi che ne mettono in dubbio la tenuta.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di agire con «piena forza» anche durante la tregua in caso di minacce. Nelle stesse ore, un attacco contro il contingente UNIFIL è costato la vita a un soldato francese, mentre altri tre sono rimasti feriti. Le accuse sono state rivolte a Hezbollah, che però ha respinto ogni responsabilità.
Hormuz resta il nodo cruciale
Al centro di tutto rimane lo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il traffico energetico globale. Dopo una breve fase di apertura, il corridoio marittimo è tornato a essere uno dei principali punti di scontro tra Stati Uniti e Iran.
Teheran accusa Washington di violare il diritto internazionale con un blocco definito illegale, mentre gli Stati Uniti sostengono che sia l’Iran a infrangere gli accordi. In gioco non c’è solo il controllo dello stretto, ma la stabilità dei mercati energetici e l’equilibrio geopolitico dell’intera regione.
Europa prudente, Italia attendista
In questo contesto, l’Europa mantiene un atteggiamento cauto. L’Italia, guidata dalla premier Giorgia Meloni, ha ribadito la disponibilità a contribuire alla sicurezza della navigazione, ma solo in presenza di condizioni precise, tra cui il consolidamento del cessate il fuoco e il via libera parlamentare.
Si tratta di una posizione che riflette la volontà di evitare un coinvolgimento diretto in uno scenario sempre più instabile.
Una tregua sempre più fragile
Nonostante i tentativi di mediazione e qualche timido segnale di apertura, il quadro resta estremamente incerto. Da un lato continuano i contatti diplomatici, dall’altro si moltiplicano minacce, accuse e segnali di escalation.
La tregua appare quindi appesa a un filo, mentre cresce il rischio che la crisi possa trasformarsi nuovamente in un conflitto aperto, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini della regione.
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